Da dove nasce l’intenzione di scrivere un romanzo?

 

È difficile spiegare che cosa succede nella testa e nel cuore di uno scrittore quando scatta in lui la convinzione di voler scrivere un romanzo.

Nonostante narrare sia il mio mestiere, faccio fatica anch’io a trovare le parole adeguate.

Provo a raccontare com’è andata per me.

 

Mi è venuta un’idea

 

Tutto parte da lì: da un’idea che in genere contiene anche una motivazione, o meglio da una forte motivazione che poi finisce con il provocare un’idea.

Cominci a pensare che quel dato argomento, più spesso quel dato personaggio, meritino di essere messi in luce e di trovare casa in una storia, anzi, in un romanzo.

Il pensiero diventa un chiodo fisso e ti ritrovi a ragionare in ogni momento della giornata su come costruirgli un buon ambiente narrativo che lo possa ospitare. E “per ogni momento della giornata” intendo proprio da quando ti lavi i denti la mattina a quando sei in coda alla cassa del supermercato, mentre guidi per andare ad un appuntamento o stai stirando le camicie alle undici e mezza della sera. A volte, se la conversazione è poco interessante, anche mentre qualcuno ti sta parlando; e lì devi sperare di non dover poi interloquire, perché se no son problemi.

L’idea quindi non ha ancora nulla a che fare con la trama della storia. È più che altro la sensazione che intorno a quel tarlo che ti buca la testa ci possa essere del materiale utile per tirare fuori una storia.

Qui il paragone che mi viene più spontaneo portare è quello dell’arte, in particolare della scultura. Mi viene in mente l’affermazione di Michelangelo (mi si perdoni l’ardire di chiamarlo in causa qui) quando, a chi gli domandava come riuscisse a scolpire in quel modo sublime, rispondeva che lui si limitava a far uscire dal blocco di marmo la statua che vedeva intrappolata al suo interno.

L’idea è un po’ così: un blocco di marmo informe che però – tu lo sai, te lo senti addosso – contiene un potenziale di sviluppo interessante, se non addirittura proprio bello.

Il momento dell’idea provoca un’euforia incontrollabile che si traduce in un’eccitazione creativa al limite del frenetico. Ha più a che fare con il presentimento che con la ragione, è una parola sussurrata che aspira a diventare pensiero compiuto.

 

E qui comincia il bello ovvero fasi alterne di un’intuizione

 

Ti convinci che valga la pena lavorarci su, che possa nascere una trama e davanti agli occhi ti passano delle scene. Sì, delle scene: azioni, episodi, momenti di vita appena abbozzati che riguardano in un certo senso quello che vuoi raccontare, ma che mancano ancora di un filo conduttore.

Ma siccome la trama, per definizione, del filo ha bisogno, allora cominciano i giorni della tessitura. L’euforia della prima ora si smorza un po’: iniziano le difficoltà dell’ordito, il quadro si complica, non è facile creare il ricamo.

Vorresti già scrivere compiutamente quello che hai per le mani, ma guai! Sarebbe un errore: navigare a vista non si può e chi cuce sa che deve sapere bene dove inserire tutti i fili, dal primo all’ultimo.

Questa è la fase in cui prendono ad emergere, ogni tanto, lo sconforto e i dubbi amletici. Forse non è che proprio questa idea sia così forte come pensassi. E se non dovesse piacere a nessun altro all’infuori di me? Ma basta una notizia alla radio che contenga un’eco di quell’argomento che ti sta a cuore, una chiacchierata con un’amica che richiami quel concetto da cui tutto ha avuto inizio per te, che si riaffaccia l’originario barlume di entusiasmo e tutto il processo ricomincia da capo.

Nel frattempo la storia prende corpo, si aggiungono tasselli, i tuoi personaggi scalpitano, vogliono muoversi, agire, vivere il proprio ruolo.

Hai presente Pirandello? Ecco, proprio come i sei personaggi che sono andati a disturbarlo costringendolo a scrivere il loro dramma.

 

Il mio Tesssoro!

 

Al momento del dubbio si alterna quello della paura che qualcuno sviluppi la tua stessa idea appena prima di te, uscendo magari con un romanzo proprio del genere che hai pensato di scrivere tu, un mese prima che tu lo finisca. Allora conservi gelosamente gli appunti, eviti di fare cenno a quello su cui stai lavorando, costringi i congiunti, con i quali non hai resistito e una mezza parola riguardo a quello di cui hai intenzione di scrivere l’hai già detta, a giurarti di non rivelarla a nessuno, MAI!

Qui l’immagine più appropriata per descrivere l’autore e la sua idea è quella del Gollum di tolkieniana memoria che stringe a sé il fatidico anello chiamandolo: Il mio tesssoro!

E poi ti stupisci, sì ti stupisci che ancora non sia stato scritto nulla sull’argomento che hai in testa, perché nel frattempo hai la sensazione che tutto il mondo ti stia urlando segnali che abbiano a che fare con la tua idea, e proprio non ti spieghi come sia possibile che a captarli tocchi solo a te.

 

 

 Io, la penna e la carta

 

Quindi ti fermi, ti dai un contegno, accetti la sfida che ti sei auto-lanciato e decidi di lavorare davvero al tuo romanzo. Organizzi la trama, scrivi scalette, riempi ogni sorta di foglio, quaderno e diario di appunti. E qui mi permetto di dare un consiglio, a me per prima, che valga per la prossima volta: usa un quaderno solo, frena la voglia di scrivere ovunque qualsiasi cosa, perché poi ritrovarla potrebbe risultare complicato.

Naturalmente un quaderno solo non basterà, ma quando ne scegli uno fa’ che sia dedicato a quello e basta.

È evidente che io non ho fatto così.

Sì, ma c’è il computer – potrebbe far notare qualcuno – per organizzare il materiale scritto è fatto apposta.

Giusto. Peccato che io abbia bisogno di scrivere a mano nella fase creativa del lavoro. E davvero il termine bisogno non è usato a caso. Quando sto ideando le sequenze, dando corpo ai personaggi, trovando connessioni tra i diversi momenti della storia, ho bisogno che la mia mano compia il gesto antico della scrittura: io, la penna e la carta.

 

 

Per scrivere un romanzo occorrono studio, libri e ricerche

 

Certo i personaggi e l’argomento che hai scelto di trattare nel tuo romanzo ti porteranno a condurre ricerche in direzioni diverse. Un conto è scrivere un romanzo storico, un altro se la vicenda è il risultato della tua totale fantasia; in ogni caso scrivere e basta non è sufficiente. Ci sarà da leggere, ricercare, studiare parecchio.

Io sono andata ad imbarcarmi in una vicenda dove fantasia e realtà si intrecciano, giusto per complicarmi un po’ la vita. Questo significa che alcuni fatti, luoghi, dati e personaggi citati nella narrazione sono reali, ma che l’intreccio degli eventi è invece frutto della mia immaginazione.

Ho letto un’infinità di pagine, su carta e a video: alcune hanno aperto finestre sulla mia stessa storia, altre l’hanno messa in crisi, in alcune ho trovato la conferma di un’intuizione, in altre il monito di studiare ancora.

Non ho usato tutto il materiale di ricerca analizzato, ma di nessuna riga che ho letto me la sentirei di dire che sia stata inutile.

Nelle parole degli altri trovano casa le nostre o, per dirla alla Umberto Eco, i libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata.

Solo che questo a uno che sta scrivendo un romanzo non lo puoi dire: non gli puoi dire che la sua storia, da qualche parte o da qualcun altro, è già stata raccontata, se no ciao. Però sapere che quello che ti ha acceso il desiderio folle di imbarcarti nella stesura di un romanzo ha mosso e continua a muovere altri oltre te, credo sia il cuore della motivazione che spinge gli scrittori a scrivere ancora.

 

Di quando ho deciso di mollare l’impresa e di che cosa invece mi abbia costretto a riprenderla in mano e a portarla a compimento, ti parlerò la prossima volta.

 

Foto di copertina di bloomingmimosa da Pixabay

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