Se c’è una lezione che il 2020 mi ha fatto imparare è quella di non fidarmi delle certezze assodate e dei
presupposti indiscutibili. Figuriamoci poi dei luoghi comuni, che non mi sono mai piaciuti nemmeno prima.
Il 2020, che rimarrà nella storia come l’anno del Covid, ha fatto saltare parecchi schemi personali e globali,
ma ha costretto tanti a puntare anche in altre direzioni oltre che solo davanti a sé. Ha costretto a guardare
anche di lato, sopra, sotto e dietro, attraverso quello che la mia maestra di yoga definirebbe “uno sguardo
aperto”.

Ragione e sentimento: due rette parallele?

Alzi la mano chi non pensa che ragione e sentimento siano due termini antitetici che appartengono cioè a
due diverse sfere del sentire umano. Rette parallele che, come da definizione, non s’incontrano mai.
La ragione legata al pensiero, con sede nel cervello, responsabile delle scelte logiche e razionali.
Il sentimento associato al cuore che viaggia sulle corde delle emozioni, ci spinge in direzioni spesso
illogiche, ma talvolta più azzeccate.
Ci sono stati anche romanzi famosi che, facendo leva sul significato comunemente dato per contrastante
dei due vocaboli, li hanno usati o evocati nei propri titoli, giusto per far capire fin da subito quale fosse la
chiave di lettura da usare per accostarli. Penso ad esempio a Ragione e sentimento di Jane Austin, ma
anche al più recente Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro.
Per non parlare poi del celebre aforisma di Blaise Pascal che recita: Il cuore ha le sue ragioni che la ragione
non conosce.
Siamo convinti – lo ero anch’io fino all’anno scorso – che o si ragiona o ci si emoziona, perché una cosa
esclude l’altra.

E poi si aggiunge il corpo

Al binomio testa/cuore si va ad aggiungere, complicando lo scenario, anche il corpo ovvero i sensi che
subito ci ricordano che l’essere umano è pur sempre un animale e che con quella parte lì deve fare i conti,
volente o nolente.
Una parte ritenuta meno nobile, spesso ingombrante che a volte viene vissuta come ostacolo alla
conoscenza più alta e pura, quella a cui sola l’uomo dovrebbe aspirare.
La storia passata, ma anche recente, è zeppa di esempi di uomini e donne che mortificarono il corpo per
elevare lo spirito o che tuttora ritengono che occorra “uscire dal corpo” per toccare livelli più elevati di
conoscenza di sé e del mondo.
Forse è così, non so.
Certo è che l’esperienza della pandemia mi ha fornito alcune occasioni per dubitarne e su cui riflettere.

 

Se invece tutto servisse a potenziare il nostro sentire?

Ho scoperto per esempio che non vedere dal vivo una persona, quando le parlo, rende diversa la
percezione che ho di lei, di me e della conversazione che intratteniamo, anche se usiamo le stesse parole
che useremmo se ci trovassimo una di fronte all’altra.
Che poi non è vero. Non è vero che usiamo le stesse parole, perché dietro uno schermo o un cellulare la
conversazione prende una piega diversa, i tempi di risposta cambiano, le sensazioni sono altre.
Ho anche capito che se chiedo al mio corpo di partecipare all’azione del cervello e alle emozioni di entrare
in gioco mentre ragiono, i miei pensieri sono più completi e rotondi.
Quando l’ho capito? Come sempre quando ne ho sperimentato la mancanza. Perché sì, la clausura, le
distanze sociali, il divieto di toccarsi e di frequentarsi, ma anche quello in generale di visitare un’altra città,
godere di una mostra, recarsi fisicamente a teatro o al cinema, misurare la propria presenza in funzione di
quella altrui, fanno capire che per apprendere abbiamo bisogno di emozionarci e di avere il corpo lì con noi,
a sudare, piangere, sentire gli odori, ridere, provare freddo o caldo, fame e sete.
Il virtuale non ci appartiene e non ci tocca, è proprio il caso di dire.

La sintesi della conoscenza

È come quando incontri una persona, entri in sintonia con lei, per un certo periodo la frequenti, vuoi perché
la vedi tutti i giorni a scuola o sul lavoro, vuoi perché la conosci in vacanza e per quella manciata di giorni
vivi una serie di esperienze in sua compagnia, di quelle che sai che diventeranno ricordi, e non parlo per
forza di un rapporto sentimentale, ma anche solo di una semplice intesa amicale. Bene.
Finché ci si vede, ci si parla, ci si incontra c’è una dimestichezza nel rapporto spontanea e totale.

Ma se si interrompe quella frequentazione, anche solo per qualche mese e anche solo quella fisica, pur continuando a “sentirsi” o a “parlarsi” attraverso altri canali, quando ci si rivedrà di nuovo subentrerà un certo imbarazzo, come se, per tornare all’originaria familiarità, occorresse ricucire uno strappo.
Ecco, nel 2020 ci siamo strappati.
Nel tentativo di ricucirmi, però, io ho capito che non basta mettere insieme i pezzi: ho bisogno di creare una nuova geometria, dove tutti gli elementi entrino in gioco sempre e con pari dignità.
Aspiro ad un nuovo tipo di conoscenza che passi attraverso i sensi, susciti emozioni e inneschi il
ragionamento. Che è ben diverso dal prendere decisioni di pancia.

Una conoscenza che sia la sintesi di tutta la mia persona che partecipa al processo nella sua totalità. Una conoscenza globale, sintetica, trasversale, dove nulla che sia umano sia tenuto fuori, ma tutto concorra a renderla piena.

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