Descrizioni nei romanzi: leggerle o saltarle?

 

Come lettrice io sono ostinata. Se decido di leggere un romanzo, non mi sogno per niente di tralasciarne qualche parte. Piuttosto sbuffo, borbotto, disapprovo, ma le pagine le leggo tutte. È una questione di principio.

Non tutti i lettori, però, agiscono così: molti saltano quei brani che, in base al loro sentire, non aggiungono niente alla trama, anzi le infliggono una battuta d’arresto, rallentandola o, addirittura, rovinandone lo sviluppo. In una parola: le descrizioni.

Hanno imparato a individuarle tra le righe, a indovinare dove iniziano e dove finiscono e, con un rapido gesto e senza alcun rimorso, sfogliano le pagine fino ad arrivare a riagganciare il punto in cui ricomincia a fluire il succo della storia.

 

Quando le descrizioni nei romanzi sono una caduta narrativa

 

A volte è davvero così: le descrizioni nei romanzi spezzano e allora ci troviamo di fronte a una caduta narrativa, vale a dire a un’ingenuità dello scrittore che si è dilungato senza finalità né ragione.

Eppure i romanzi, anche quelli considerati autentici capolavori, continuano a essere pieni di descrizioni relative ad ambienti, paesaggi, personaggi. Allora perché gli autori, pur conoscendo la scarsa predisposizione del lettore a tollerarle, non smettono di prevederle all’interno dei propri testi?

Una ragione potrebbe essere quella che chi scrive, magari, non è proprio dello stesso avviso di chi legge e, al contrario suo, ritiene utile e bello fornire dettagli estetici abbondanti di tutto ciò che presenta e porta in scena. Ma in questo caso siamo ancora molto vicini all’ingenuità di cui sopra, perché lo scrittore dovrebbe preoccuparsi invece dell’effetto che il proprio testo suscita nel lettore ed evitare di “innamorarsi” della propria scrittura, se vuole davvero narrare e non soltanto dire qualcosa o celebrare se stesso.

Non è però del gusto soggettivo o dell’autoreferenzialità che intendo parlare qui.

 

Descrizioni ben fatte donano colore all’impianto narrativo

 

Il tema sono le descrizioni nei romanzi: hanno senso o sono sempre degli orpelli?

Quelle ben riuscite, ossia quelle che sono state costruite con sapienza e con una finalità precisa, si riconoscono e, possono piacere o meno, ma hanno una funzione all’interno della storia in cui sono inserite. Saltarle può non far perdere il filo degli accadimenti, ma di certo sottrae dettagli importanti all’impianto narrativo, annullandone le sfumature. È un po’ come scegliere di vedere un film in bianco e nero, quando esiste la versione a colori.

Ma che funzioni potrà mai avere una descrizione in una storia?

Affido le risposte a qualche esempio.

 

Il Signore delle Mosche

 

Il primo lo traggo da Il Signore delle Mosche di William Golding, uscito nel 1954. È il tipico romanzo a tesi, che dimostra, nello svolgersi della vicenda, l’idea pessimistica che l’autore ha dell’uomo e dei suoi tentativi di addomesticare la propria propensione al male attraverso l’organizzazione sociale. Oggi lo definiremmo un romanzo distopico.

La vicenda vede protagonisti un gruppo di ragazzini, scampati non si sa come a un disastro aereo, che si ritrovano su un’isola tropicale, soli, senza nessun adulto di riferimento. Il romanzo racconta i loro tentativi di organizzarsi, creando una società democratica al fine di sopravvivere e di mantenere acceso il fuoco, segnale della loro presenza e unica speranza di essere avvistati e salvati. La situazione però con il tempo degenera, i conflitti si inaspriscono, nascono bande rivali e si raggiungono livelli di crudeltà bestiale davvero angoscianti.

 

Descrizioni funzionali alla trama

 

Qui le descrizioni dell’ambiente e degli elementi naturali abbondano, ma non sono soltanto uno sfondo scenografico all’azione, hanno un ruolo preciso: quello di amplificare sensazioni, suggestioni ed emozioni avvertite dai personaggi, in modo che arrivino forti e chiare anche alla pancia del lettore.

Così, mentre si sta consumando una delle scene più terribili della vicenda, Golding descrive l’arrivo di un temporale, fenomeno atmosferico che già di per sé ben si addice a sottolineare la drammaticità del momento, ma lo fa usando termini e immagini fuori dal comune, carichi di pathos. Descrizioni e stati d’animo diventano un tutt’uno, tanto da non riuscire più a distinguere dove finiscano le une e comincino gli altri.

 

Una cicatrice bianco-azzurra

 

Riporto qualche passaggio che rende bene l’idea:

“Il cielo oscuro venne squarciato da una cicatrice bianco-azzurra. Un istante dopo, il tuono li percosse come la frustata di un gigante.”

E poco oltre:

“Su di loro la cicatrice bianco-azzurra aprì di nuovo una crepa, e si abbatté l’esplosione sulfurea.”

O ancora:

“Poi i nembi si lacerarono e irruppe la pioggia con l’impeto di una cascata. L’acqua franò giù dalla cima della montagna, strappò foglie e rami dagli alberi, si riversò come una doccia fredda sul mucchio che lottava sulla sabbia.” [1].

È evidente l’intenzione dell’autore di non volere limitarsi a descrivere un temporale, ma di calcare i toni della scena, in modo che parole e atmosfera compartecipino alla dinamica e costituiscano una chiave interpretativa per capire meglio quello che sta succedendo.

Qui, dunque, la descrizione è funzionale alla trama.

 

Ventimila leghe sotto i mari

 

Prendiamo adesso un altro titolo, Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, romanzo fantascientifico e d’avventura, uscito prima a puntate, tra il 1869 e il 1870, sulla rivista Magasin d’éducation et de récréation di Pierre Jules Hetzel e poi pubblicato autonomamente dallo stesso editore nel 1871. La vicenda, a tutti nota, riguarda il mirabolante viaggio del professore e naturalista Pierre Aronnax, del suo fedele cameriere Conseil e del fiociniere canadese Ned Land a bordo del Nautilus, sottomarino di proprietà del misterioso capitano Nemo. Il libro è bello corposo – nella versione edita da Mondadori, del 2009, consta di 449 pagine – e le descrizioni sono abbondanti. Alcune sono riservate al paesaggio in generale, altre riguardano invece la straordinaria varietà di specie animali e/o vegetali che scorrono sotto agli occhi dei protagonisti, che le guardano affascinati attraverso i vetri del sottomarino.

 

Descrizioni enciclopediche

 

La loro funzione però è sostanzialmente quella di elencare e illustrare, con rigore scientifico, i generi e le famiglie di appartenenza, nonché le caratteristiche strutturali e fisiche dei diversi soggetti avvistati. Non c’è volontà di trasmettere altro, se non informazioni e dettagli oggettivi.

Al cap. IX – La Corrente del Golfo, per esempio, si legge:

Fra i pesci ossei notai dei labri merli tipici di quelle acque; squaridi sinagri dall’iride brillante come fuoco; scienidi di un metro dall’ampia gola irta di dentini e che emettevano un gridolino; centronori neri di cui ho già parlato; corifere azzurre con tracce dorate e argentate; pappagalli, in grado di rivaleggiare in colore con gli uccelli più belli; blennidi dalla testa triangolare; […]”

E l’elenco, che continua ancora, è solo uno degl’innumerevoli esempi che potrei riportare.

Ammetto che queste descrizioni, alla lunga, hanno tolto un po’ di fascino alla lettura e non ne avrei forse sentito la mancanza se fossero state meno, però anche qui si può riconoscere loro un significato: a fornircele sono, alternativamente, i personaggi di Aronnax, naturalista, e di Conseil appassionato catalogatore di specie viventi. È il loro sguardo, il loro modo di vedere il mondo che ci restituiscono le immagini della vita che ammirano. Le descrizioni allora non possono che essere enciclopediche, perché a restituircele sono uomini di scienza, precisi e pragmatici, sono quindi filtrate dalla natura dei personaggi.

 

Madame Bovary

 

L’ultimo esempio riguarda il capolavoro di Gustave Flaubert, Madame Bovary. Anche questo romanzo, in un primo momento, fu pubblicato a puntate sul giornale La Revue de Paris nel corso del 1856 e generò uno scandalo tale da costare un processo a Flaubert, accusato di immoralità e oscenità. L’autore fu assolto e nel 1857 uscì il libro che ebbe, fin da subito, il successo che sappiamo. Ma per scoprire il senso di alcune sue descrizioni, particolarmente sconcertanti, perché inserite in un contesto in cui tutto ci si aspetterebbe tranne che l’autore si attardi su dettagli minori, rimando ad Alessandro Baricco. A lui riconosco il merito di avermele fatte scoprire e comprendere e, il meno che posso fare, è lasciargli la parola.

Siamo nel 1994, la trasmissione è Pickwick – Del leggere e dello scrivere, Baricco porta i romanzi in televisione e lo fa con un linguaggio e una modalità davvero inedite.

RaiPlay ci dà, oggi, la possibilità di recuperare queste perle di letteratura raccontata e io riporto qui quella che riguarda, appunto, il ruolo della descrizione in Gustave Flaubert.

Mi limito solo a dire che, se si legge Madame Bovary, saltare le descrizioni non è per niente una buona idea.

Se volete sapere perché, cliccate qui: https://bit.ly/3MiwYXX

Buona visione.

 

Foto di Mystic Art Design da Pixabay

 

[1] Le citazioni sono tratte da: W. Golding, Il Signore delle Mosche, Mondadori, 2021, pagg. 184-185.

Share This