L’isola del tesoro: come e quando nasce

 

Se dico “isola del tesoro”, che cosa ti viene in mente? A me una mappa misteriosa, un forziere di monete d’oro, una bandiera nera con un teschio in mezzo e una nave di pirati.

Be’, sappi che, se anche tu hai pensato a qualcosa del genere, è grazie a Stevenson e al suo celeberrimo romanzo di avventura che ha forgiato l’immaginario collettivo intorno al tema dei pirati, del loro aspetto e del loro mondo.

I classici fanno questo.

Il romanzo è uscito la prima volta a puntate, tra il 1881 e il 1882, sulla rivista britannica per ragazzi Young Folks, un capitolo a settimana. Anche il capolavoro di Stevenson, dunque, come molti altri famosissimi romanzi dell’epoca (vedi Madame Bovary, I miserabili, Ventimila leghe sotto i mari, Pinocchio e, più tardi, Il giardino segreto, di cui ho parlato qui) esordisce come romanzo d’appendice o feuilleton, senza però ottenere un immediato successo.

Raggiunge, invece, una straordinaria popolarità l’anno successivo (1883), quando esce in formato libro, entrando nel cuore dei lettori e delle lettrici coeve/i, e non solo.

L’isola del tesoro, dunque, nasce come romanzo di avventura (e questo è il suo genere) per ragazzi (e questo è il suo pubblico).
Stevenson aveva le idee chiare al proposito, il che non è poco, perché proprio la precisa connotazione della storia e i suoi destinatari altrettanto definiti gli hanno permesso di creare un’opera così convincente e affabulatoria da travalicare gli schemi, i tempi e l’età stessa dei lettori per i quali era stata pensata.

I classici sono così.

 

Un’intuizione brillante

 

Una storia senza tempo, dunque, e per tutti, che scaturisce quasi per caso e sicuramente per gioco da un’idea improvvisa, ce lo attesta proprio la vicenda legata alla genesi dell’opera.

Senti com’è andata.

Nel 1881 Stevenson si era recato a Braemar, nelle Highlands scozzesi, per trovare la sua famiglia; lì incontra anche il figliastro Lloyd Osbourne, allora adolescente, che anni dopo diventerà pure lui scrittore. In quel periodo, però, il ragazzino amava dipingere ad acquerello e, proprio osservando la mappa di un’isola inventata, a cui stava lavorando Lloyd, la fantasia di Stevenson si accese cominciando a ideare nomi di luoghi immaginari ed evocativi, che devono aver a loro volta affascinato il ragazzo al punto da fargli dire qualcosa come: Urca, come sarebbe bello leggere una storia ambientata in questi posti qua!

Booom!

Stevenson di sicuro colse al volo quella frase e, siccome era già uno scrittore, che osservava, ragionava e, soprattutto, fantasticava da scrittore, non si lasciò scappare l’intuizione brillante e si mise subito al lavoro per comporre l’opera. Il resto è storia.

 

L’isola del tesoro: di che cosa parla

 

Il romanzo racconta la vicenda di Jim Hawkins, giovane ragazzo che vive con i genitori e li aiuta nella gestione della locanda chiamata Admiral Benbow, affacciata sul mare in un villaggio nei pressi di Bristol in Inghilterra.

Siamo a metà del ‘700.

Un giorno, sulla porta della taverna, compare un uomo dall’aspetto poco raccomandabile che chiede di affittare una stanza e si fermerà per parecchi mesi. È Billy Bones un vecchio lupo di mare che, vuole essere chiamato capitano e, nonostante sia spesso ubriaco e imprechi di frequente (o forse proprio per questo), attira l’attenzione del ragazzo e guadagna una certa notorietà anche fra le persone della zona. Parla spesso con Jim, gli rivela di conservare una mappa del tesoro nel baule che tiene in camera sua e si raccomanda con lui di fare attenzione al terribile pirata con la gamba di legno.

In realtà anche Billy Bones è un pirata, ricercato dai suoi ex compagni proprio in quanto detentore della mappa del tesoro del famigerato Capitano Flint che gliel’aveva affidata in punto di morte.

Mentre Billy Bones si trova all’Admiral Benbow, gli viene consegnato da un mendicante cieco il terribile messaggio di “macchia nera”, una vera e propria condanna a morte.

Il vecchio marinaio in effetti morirà, anche se non per mano dei suoi sicari ma per il sopraggiungere di un malore aggravato dagli effetti dell’alcol.

 

Un viaggio tra pirati, ammutinamenti e incredibili avventure

 

Forte delle informazioni ricevute, Jim si affretta a rovistare nel baule di Bones e trova davvero la mappa del tesoro.

Con l’aiuto poi, del dottor David Livesey, amico di famiglia, e del cavaliere John Trelawney che finanzierà la spedizione, i tre s’imbarcheranno su una nave, chiamata Hispaniola, capitanata da Alexander Smollett, alla volta del mare dei Caraibi dove si trova la famosa isola del tesoro.

L’equipaggio, però, si rivelerà una ciurma di pirati inaffidabili, che il cuoco di bordo, tale Long John Silver, uomo dalla gamba di legno e con un pappagallo sulla spalla, non farà fatica a convincere all’ammutinamento.

E qui mi fermo, perché va bene che il romanzo è un classico della letteratura arcinoto, da cui sono state tratte centinaia di versioni cartacee, cinematografiche e televisive, ed è difficile trovare qualcuno che non ne conosca la trama, ma quando si racconta un libro non è mai bene dire troppo sul suo contenuto.

 

Foto pexels di Abdessalem BENYAHIA

Stevenson con L’isola del tesoro ha forgiato l’immaginario collettivo intorno al tema dei pirati, del loro aspetto e del loro mondo. I classici fanno questo.

 

Che cos’ha ancora da dire oggi L’isola del tesoro?

 

Davanti a un romanzo come L’isola del tesoro non c’è bisogno di interrogarsi molto su quali siano le ragioni che gli hanno permesso di diventare un classico della letteratura per ragazzi e ragazze e anche per chi poi tanto giovane ormai non è più.

La risposta sta nella storia che racconta: un’avventura senza tempo, nonostante sia collocata cronologicamente in un’epoca storica precisa (la metà del XVIII secolo) e in un’area geografica oggettiva (Inghilterra/Mare dei Caraibi).

La sua universalità non sta tanto nella vaghezza del contesto spazio-temporale, il famoso “C’era una volta… in un paese lontano” tipico delle fiabe, ma nel fatto che le vicende narrate contengono tutti quegli elementi che un ragazzo o una ragazza avvertono come intimamente familiari.

Io me lo vedo Stevenson mentre, insieme al figliastro Lloyd, ritorna bambino e, nell’inventarsi personaggi e situazioni, si lascia trasportare dall’entusiasmo, arricchisce di dettagli inquietanti e persino caricaturali l’aspetto di quei pirati che descrive: la gamba di legno, il pappagallo sulla spalla, il viso sfregiato, le dita mozze, il pastrano logoro, il cieco, il pazzo, l’ubriacone.
E poi riempie l’avventura di rischi, pericoli, scontri, uccisioni, tradimenti, immagini lugubri (pensa, per esempio, al messaggio di morte della “macchia nera”), vendette, colpi di scena, gesti eroici e miserie umane.
In un turbinio di avventure che sa di paradossale, ma mai di incoerente, un’esagerazione perfettamente congegnata, tenuta a bada dalla straordinaria capacità dell’autore di renderla credibile.

 

La voce narrante

 

Per una storia così, non si poteva pensare ad altro se non a una narrazione in prima persona, che rende ancora più vivida la tavolozza di colori di cui l’autore si è servito per tinteggiare la trama.

A raccontare l’avventura, infatti, è Jim, ormai cresciuto, anche se non si sa con precisione di quanto, che decide di mettere per iscritto, a posteriori:

“tutto ciò che si riferisce all’isola del tesoro, senza omettere alcun particolare, fatta eccezione per la posizione dell’isola, e questo solo perché vi sono tesori non ancora dissepolti […]”

(incipit ed. BUR-Rizzoli 2011, traduzione di Bianca Maria Talice).

Lo fa su sollecitazione dei suoi due compagni di viaggio, cavalier Trelawney e dottor Livesey e, nell’esplicitare motivazione e committenti, già strizza l’occhio al lettore accennando con nonchalance al fatto che laggiù ci siano ancora tesori nascosti da dissotterrare.
Come si fa a non rimanere agganciati all’amo, con un inizio del genere?

Se ci pensiamo bene, però, le parole di Jim ci rivelano anche un altro particolare sorprendente: lui e i suoi due principali compagni di viaggio sono sopravvissuti e ritornati dall’isola e il tesoro del titolo, o per lo meno una parte di esso, deve essere stato trovato se ora si dice che ce ne sono “ancora” altri da disseppellire.

Ma come, Stevenson nelle prime righe ci svela già il finale della storia?

Eh sì, pare proprio così, solo che questa carta, che si gioca subito, in maniera apparentemente inspiegabile, invece di bruciare l’interesse di chi legge, lo accende.
Infatti, ora che sappiamo che Jim è andato e tornato con successo da un viaggio alla ricerca di un tesoro, abbiamo ancora più voglia di sapere come abbia fatto e, di conseguenza, di andare avanti a leggere.

Appare chiaro, dunque, che l’autore non è stato bravo solo a inventare episodi, immagini e atmosfere, ma anche a gestire il materiale narrativo e a utilizzare con abilità le tecniche della scrittura.

Insomma, la sapeva lunga.

 

I personaggi e la loro caratterizzazione

 

I personaggi principali sono tutti tratteggiati con sapienza e anche quelli secondari, come alcuni pirati della ciurma, non risultano semplici comparse, ma veri e propri caratteri, con un’individualità precisa.
Penso, ad esempio, a come viene descritto il pirata Israel Hands, che Jim fronteggerà da solo durante il recupero della nave Hispaniola. Il pirata è ferito e nell’impossibilità di muoversi:

“appoggiato all’impavesata, il mento sul petto, le mani penzolanti davanti a sé sul ponte, la faccia pallida sotto l’abbronzatura, come una candela di sego.”
(cap. Ammaino il “Jolly Roger” – cit. pag. 223).

Nonostante il suo stato di salute precario, non smette di tenere d’occhio Jim e di tentare di tendergli un tranello per ucciderlo. Sulla sua faccia campeggia un sorriso ambiguo, che Stevenson descrive così:

“Era un sorriso che esprimeva sia sofferenza che debolezza. Il sorriso di un vecchio malandato, ma, oltre a questo, vi era, nella sua espressione mentre spiava (e continuava a spiare furbescamente il mio lavoro), una punta di derisione e un’ombra di slealtà.” (pag. 229, cit.)

 

Il fascino perverso di Long John Silver

 

Il personaggio più ammaliante del romanzo, comunque, resta sempre il pirata Long John Silver, che incarna il fascino della perversione.

Contraddittorio, inaffidabile, capace di terribili crudeltà come di slanci generosi di amicizia, specie nei confronti di Jim, maschera in ogni circostanza le proprie reali intenzioni. Chi si relaziona con lui, per assecondarlo o per combatterlo, non ha mai la percezione di quale sia il gioco a cui sta giocando.

E anche chi legge fa fatica a schierarsi, a capire se Long John gli piaccia davvero oppure no.

Non deve essere stato un caso se il titolo originale del romanzo, con cui è uscito la prima volta a puntate sulle pagine del magazine Young Folks, come ricordato sopra, fu Sea Cook, or Treasure Island, vale a dire “Il cuoco di bordo ovvero l’isola del tesoro”.
Long John, sebbene qui richiamato non in modo esplicito, ma attraverso la mansione di cuoco svolta a bordo dell’Hispaniola, ha un ruolo così importante nella vicenda che Stevenson, all’inizio, aveva deciso di metterlo nel titolo, come se il protagonista fosse lui.

Del resto, essendo Jim la voce narrante della storia, si può pensare che la seduzione esercitata sul ragazzo dal pirata con la gamba di legno sia talmente forte da giustificare la scelta di dedicagli l’avventura. Stevenson deve aver ritenuto che Jim non avrebbe potuto che intitolarla così.

L’autore scompare, quindi, dietro al ragazzo, ragiona come lui, si cala del tutto nei suoi panni e, nel momento in cui scrive con la sua voce, si fa anche depositario delle sue stesse suggestioni, emozioni, ansie, paure e perplessità. E ce le restituisce tutte senza filtri, compreso lo sgomento del giovane nel sentirsi attratto e, allo stesso tempo, respinto dalla doppiezza di Long John Silver.

 

L’isola del tesoro: libri, film e adattamenti televisivi

 

La potenza evocativa e la straordinaria fama di questo romanzo hanno ispirato, e tuttora ispirano, una serie incalcolabile di edizioni cartacee, riduzioni, versioni cinematografiche e adattamenti televisivi. Qui ne elenco alcuni.

 

Libri

Versione integrale per tutti:

Ed. Einaudi, tradotto da Massimo Bocchiola, con un saggio di Pietro Citati, 2015.

Versioni illustrate:

Ed. Gallucci, testi di Andrea Rauch e disegni di Roberto Innocenti, è una riduzione del romanzo un vero e proprio albo illustrato, 2021 (dai 6 anni).

Ed. Gribaudo, tradotto da Lilla Maione, con poster-gioco che si trasforma in caccia al tesoro, 2016 (dai 7 anni).

Ed. Il battello a vapore, illustrato da Gabo León Bernstein, a leggibilità facilitata, 2019 (dai 9 anni).

Ed. Logos, illustrato da Roger Olmos, 2020 (dai 9 anni).

Ed. Orecchio acerbo, illustrato da Maurizio A.C. Quarello, tradotto da Angiolo Silvio Novaro, 2021 (dagli 8 anni).

Film e adattamenti televisivi

Il primo film sonoro de L’isola del tesoro risale al 1934, diretto da Victor Fleming con Jackie Cooper e Wallace Beery, in precedenza ce n’erano già stati altri, però muti.

In Italia è uscito un famoso sceneggiato televisivo prodotto dalla Rai nel 1959, in cinque puntate, la cui sigla, nonostante siano passati ormai sessantacinque anni, ancora riecheggia nelle orecchie di molti. Si tratta della versione sonora della canzone che fin dalle prime pagine del romanzo di Stevenson e, a più riprese, anche dopo, viene ricordata come tipico motivo cantato dai pirati. Le parole sono queste:

Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto
Io-oh-oh e una bottiglia di rum!

Scommetto che lei lette canticchiando.

Nel 1978, si produce in Giappone un anime, ovvero una serie animata di 26 episodi, trasmesso in Italia nel 1982 da Rai 1, con la sigla cantata da Lino Toffolo e la partecipazione di Fabiana Cantini allora bambina.

 

Dal libro

Al compratore esitante

Se storie marinare
dai marinari accenti,
venture tristi e amare,
e caldo, e gelo, e venti,
golette e prigionieri
o il seppellito oro,
oppure i bucanieri
dell’isola, e il tesoro:
le leggende che i vecchi
narrano con fatica
alla maniera antica;
se tutto piace ancora
al saggio giovanetto
come successe allora
che a me dieder diletto
orsù incominciate!
Ma se la gioventù
studiosa che additate
non vuole sognar più,
e ha scordato ormai
gli antichi e dolci amori
e Kingston, Ballantyne,
il prode pien d’ardori;
e Cooper che chiamate
“delle selve e dei flutti”:
non vi preoccupate!
Ma possa io con tutti
gli amici miei pirati
dividere la fossa
che tiene sotterrati
in un pugno di ossa
coloro che han vissuto
tra lor fantasticando;
e in fondo hanno goduto,
così, sempre sognando.

(L’isola del tesoro, di Robert L. Stevenson, traduz. Bianca Maria Talice, ed. BUR – Rizzoli, 2011, testo anteposto dall’autore al vero e proprio racconto).

 

 

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