Un romanzo per ragazzi che piace anche agli adulti

 

Atmosfere vittoriane alla Jane Austen, una storia che si ispira liberamente alla vita di Beatrix Potter, creatrice dei racconti e dei disegni di Peter Coniglio, uno stile curato e raffinato, tuttavia leggero come l’ironia di cui è spesso intriso, sono solo alcuni dei molti pregi che ho riscontrato in Miss Charity di Marie-Aude Murail.

L’editore Giunti, che lo ha pubblicato nel 2013, lo propone a partire dai 14 anni. Un romanzo per ragazzi, quindi, ma che è destinato a piacere soprattutto alle ragazze, perché la figura di donna che tratteggia è di quelle che colpisce subito per la stravagante simpatia, il carattere forte, la mente fine e uno spirito indipendente e caparbio.

E come accade spesso in questi casi, il libro è così ben costruito, da un punto di vista stilistico e narrativo, da far dimenticare presto il target di lettori a cui è rivolto, rivelandosi godibile (e consigliato) anche per un pubblico adulto. Forse soltanto un po’ lento nel decollare, perché le prime cento pagine, incentrate sull’infanzia della protagonista, danno la sensazione di servire all’autrice più per imbastire il contesto in cui si muoverà il resto del racconto, che per farlo partire davvero.

 

La forza del personaggio

 

La vicenda contiene anche una storia d’amore, ma non è questo il tema centrale della narrazione. Il fulcro è la vita di Charity, la protagonista, che racconta in prima persona il proprio passaggio dall’infanzia all’età adulta, in una famiglia della buona società inglese i cui genitori hanno una precisa idea di quale sia il “posto giusto” delle donne, ovvero un passo indietro al marito. Ma Charity piano piano scardina questo impianto e attraverso lo studio di Shakespeare, la pratica dell’acquarello, la curiosità nei confronti di tutte le forme di vita, siano essi insetti, conigli, papere e topolini, fiori, erbe, funghi o muffe, compie il più rivoluzionario dei gesti che una donna, alla fine dell’Ottocento, avrebbe potuto attuare: si emancipa attraverso il lavoro, rendendosi economicamente indipendente e, quindi, libera.

Il personaggio, quindi, è forte non solo perché ha un carattere tenace, ma anche perché è costruito bene in tutti i sensi. Charity cresce nel corso del romanzo, sia in termini anagrafici sia narrativi, evolve e si trasforma con coerenza e il lettore ha la chiara percezione, una volta arrivato alla fine, di aver seguito insieme a lei un percorso.

 

 

 

Punto di vista e dialoghi

 

La vicenda è narrata in prima persona: Charity è dunque protagonista e voce narrante. Il punto di vista è il suo, questo significa che fatti e personaggi vengono filtrati dal suo sguardo, che finisce col diventare anche il nostro. Questo è un ottimo espediente, che gli autori possono usare, per coinvolgere il lettore e farlo sentire in totale sintonia con il personaggio.

La Murail però fa di più e adotta una particolare soluzione grafico-stilistica per rendere i dialoghi: li struttura come si fa nei copioni teatrali, cioè indicando in alto e in stampatello il nome di chi parla, facendolo seguire dalla battuta che gli viene attribuita. Quando invece a parlare è Charity, al posto del suo nome si troverà il pronome IO.

Anche questo è un sistema ingegnoso per rendere intrigante la narrazione e per eliminare un ostacolo molto insidioso con il quale gli scrittori hanno spesso a che fare: quello di dover precisare, negli incisi o tra una battuta e l’altra, l’identità di chi sta parlando, pratica che tende ad appesantire la conversazione e a romperne il ritmo.

In questo modo, invece, lo scambio di battute si mantiene vivace e disinvolto, dando proprio la sensazione di avvenire sulla scena, davanti a noi.

 

Il teatro si vede e si sente tra le pagine

 

Forse, però, questa soluzione non corrisponde soltanto a una trovata stilistica, ma anche alla volontà dell’autrice di far corrispondere la forma al contenuto. Nel romanzo, infatti, il teatro ha un ruolo importante, entra nei giochi di Charity bambina, diventa la professione del suo “scandaloso” cugino attore, viene richiamato là dove si racconta delle opere di Oscar Wilde e di Bernard Shaw che Charity, seduta tra il pubblico, ha la fortuna di vedere rappresentate di persona. Si può dire, quindi, che il teatro sia anche lui, in qualche modo, un personaggio, reso visibile nelle pagine del romanzo attraverso questa idea originale di strutturare i discorsi.

 

Raccontare per mostrare, accennare per incuriosire

 

Quando ho terminato la lettura di Miss Charity, sono rimasta un attimo in silenzio per raccogliere le idee e fare mente locale su quello che il libro mi aveva appena restituito. Mi succede spesso, soprattutto quando il testo mi trascina con sé, come è successo in questo caso. Solo in quel momento ho realizzato che, tra le righe, non era passata soltanto la storia di un bel personaggio letterario, ma anche quella della donna a cui l’autrice si era ispirata per costruirlo, vale a dire Beatrix Potter, ed erano emersi anche Shakespeare, Jane Austen, Oscar Wilde e Bernard Shaw.

Così, en passant, senza troppa enfasi o timore reverenziale, come se fossero normali compagni di viaggio nella vita della protagonista.

Quando si racconta per mostrare e non per insegnare, tutte le volte che si accenna a qualcosa o qualcuno per incuriosire e non per edificare, allora ci si mette al servizio della storia e del lettore, allora si può dire davvero di saper narrare. Senza contare che, così facendo, è possibile che in chi legge nasca il desiderio di approfondire le figure, cui si è fatto cenno, o i contesti storici e culturali dove si è calata la vicenda.

 

Un libro che invita ad andare oltre

 

Nel mio caso, per esempio, è successo proprio con la figura di Beatrix Potter, che conoscevo come autrice e illustratrice di famosi libri per l’infanzia, ma di cui ignoravo in dettaglio la vita, il carattere e le idee. Sulla suggestione del libro della Murail ho colmato la lacuna, andando a ricercare informazioni e articoli su di lei in rete.

Insomma, un romanzo che indica la strada per andare oltre a quello che narra, il che, a ben vedere, è quello che dovrebbero sempre fare i libri.

 

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