Tutto può cambiare: il bullismo senza retorica

 

Quando si sceglie di parlare, in un romanzo, di un tema scottante come il bullismo, c’è il rischio di cadere nel cliché o, peggio, nel moralismo, specie se i lettori a cui ci si rivolge sono preadolescenti. Il che, se succede, affossa il testo, allontanando proprio quel pubblico che vorrebbe intercettare.

Il romanzo Tutto può cambiare di Gordon Korman, edito da Il Castoro, è proprio destinato a un pubblico dagli 11 anni in su; siamo quindi nell’ambito delle scuole secondarie di primo grado, vale a dire un mondo che deve vedersela spesso con i casi e i soggetti descritti nel libro.

E allora qual è lo sguardo originale che l’autore è riuscito a restituirci su questo argomento? Che cosa si è inventato per scandagliarlo senza far sentire la propria presenza di adulto, che deplora e condanna le prevaricazioni dei prepotenti sui più deboli, affidando alla scrittura il compito di educare al bene?

 

Un’idea furba alla base della storia

 

Il segreto che rende Tutto può cambiare un romanzo godibile e degno di essere letto in realtà non è affatto un segreto. Chi scrive storie, infatti, sa bene che una delle chiavi per accendere la miccia dell’interesse sta nell’idea, vale a dire nella trovata narrativa, nella modalità che l’autore si inventa, per tradurre in azione il concetto che vuole trattare e portare all’attenzione di chi legge.

E qui Korman ne ha scovata una molto furba: il protagonista della vicenda, il tredicenne Chase Ambrose, cade accidentalmente dal tetto di casa, entra in coma e, quando si sveglia, scopre di essere affetto da una forma di amnesia che, pur lasciandogli intatte tutte le conoscenze pregresse, ha però azzerato i suoi ricordi. Il ragazzino non sa più niente di sé, di che tipo di persona fosse prima dell’incidente e di chi siano i suoi amici, i compagni e perfino i suoi genitori. Il racconto si apre così: Chase è all’ospedale, si risveglia dal coma e deve fare i conti con questa bella novità. Il fatto è che il “vecchio” Chase era uno dei più temibili bulli della scuola, odiato dalle vittime, idolatrato dai complici, mentre adesso, forse anche perché costretto ad affacciarsi alla vita senza trascorsi e con l’innocenza di chi ha tutto da imparare, si pone nei confronti degli altri in maniera gentile e rispettosa.

 

Tutto può cambiare anche a seconda della prospettiva

 

La trovata vincente sta proprio in questo: Chase osserva gli altri che lo guardano e conoscono bene i suoi precedenti e, attraverso i loro occhi, analizza gli effetti dei propri comportamenti, riconoscendoli come assurdi, lesivi e profondamente ingiusti. Nessun rinsavimento per esame di coscienza o pentimento indotto, ma un onesto ribaltamento di punto di vista, che gli permette di valutare con lucidità, e senza alcun tipo di retorica, l’assurda ingiustizia dei suoi vecchi atteggiamenti da bullo. Una prospettiva credibile, da cui, come lettrice, mi sono lasciata accompagnare volentieri.

Partendo da questa idea, l’autore intesse poi la trama, intrisa di avventura, episodi divertenti e mistero; sì, perché ad arricchire l’intreccio c’è anche il caso di un furto da chiarire e di cui trovare i responsabili.

E qui viene la seconda regola di un buon libro: l’idea, per quanto interessante possa essere, da sola non basta a tenere in piedi un racconto, ci vuole anche una buona storia, una trama ben costruita, logica, coerente.

 

Punto di vista e voce narrante

 

Per completare il cerchio, dopo un’idea che funziona e una bella trama, occorre scegliere il modo giusto di raccontare la storia, decidere cioè quale punto di vista adottare e in quale persona narrare la vicenda.

Non è cosa da poco, perché ogni opzione apre alcune possibilità ma ne preclude altre. Per esempio, raccontare la vicenda in prima persona e dall’interno annulla le distanze e facilita l’immedesimazione del lettore nel personaggio che si farà portavoce della narrazione. Nello stesso tempo, però, non consente di avere una visuale allargata su tutto quello che succede e sugli stati d’animo degli altri personaggi, a meno che chi racconta abbia assistito, in forma diretta o indiretta, a ogni singola azione e gli siano state confidate le sensazioni di tutti. Il che risulta piuttosto difficile da presupporre.

Se invece si narra la storia in terza persona con punto di vista esterno, la visuale sugli eventi e i personaggi sarà totale, ma il coinvolgimento del lettore molto meno marcato.

 

La soluzione adottata in Tutto può cambiare

 

Ebbene, Gordon Korman, anche in questo caso, adotta una soluzione interessante: il racconto è scritto sempre in prima persona, ma a “parlare” sono i diversi personaggi coinvolti nella storia che, a turno, la portano avanti, secondo il proprio personale punto di vista e angolazione. Il romanzo, quindi, può ben dirsi corale, e lo si può capire fin da subito dando una rapita scorsa al suo interno: i trenta capitoli in cui è suddiviso, infatti, non riportano in alto un titolo, ma il nome del personaggio che narra, in quel dato momento, la propria porzione di storia. Lo fa tenendo fede al proprio ruolo, manifestando ansia, rabbia, sconcerto o arroganza a seconda della posizione assunta nella vicenda e fornendoci l’occasione, mentre leggiamo, di vestire di volta in volta panni diversi. Quelli di Chase, sconcertato di fronte a ciò che viene progressivamente a scoprire di sé, o di Shohanna Weber, piena di risentimento verso di lui e di dubbi sull’autenticità della sua amnesia, o ancora di Aaron Hakimian bullo della peggior specie che non riconosce più in Chase il compagno-teppista di un tempo.

In questo modo l’autore ha potuto tenere insieme il coinvolgimento che assicura la narrazione in prima persona con il vantaggio dell’onniscienza sulla storia e gli stati d’animo di ciascun personaggio, che è proprio del racconto in terza. Un’operazione tutto sommato ben riuscita, anche se, talvolta, le varie voci che prendono la parola, stentano a mantenere una propria spiccata identità e un tono riconoscibile in modo inequivocabile.

 

Restart: titolo originale e ulteriore chiave di lettura

 

Un’ultima considerazione riguardo al titolo di questo romanzo: l’originale, del 2017, è Restart che, letteralmente, significa “Ricomincia”, il che mette in evidenza un aspetto che lo stesso autore in un’intervista reperibile sulla pagina della casa editrice Il Castoro, ha dichiarato essergli stato molto caro durante la stesura della storia.

Alla domanda: Come ti è venuta la prima idea per questo libro e cosa hai imparato scrivendolo?

Gordon Korman risponde:

«Per Tutto può cambiare, stavo pensando a cosa ci rende chi siamo – il dibattito nature versus nurture, “natura vs educazione” – mi è venuta l’idea che l’amnesia potesse essere un valido test. Quando perdi la memoria, torni a essere chi eri prima, o hai una chance per reinventarti? Quello che ho imparato scrivendo Tutto può cambiare è che il vero cambiamento è qualcosa che ti devi guadagnare. Non lo ottieni in cambio di niente, persino quando hai perso completamente la memoria.»

Un’altra chiave di lettura, quindi, su cui meditare e che si aggiunge a quella più evidente e immediata della sensibilizzazione nei confronti del bullismo.

 

 

 

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