Lavoro quotidianamente con le parole, sono convinta che un vocabolo non valga l’altro e che sia importante spendersi sempre per cercare quelli giusti o, per lo meno, quelli che meglio di altri siano in grado di connotare il significato di ciò che vogliamo davvero trasmettere.

Credo inoltre che le battaglie combattute per sradicare pregiudizi e mentalità grette partano dal linguaggio e dall’uso di parole inclusive, perché è proprio stando attenti a come si parla che si arriva a cambiare quello che si pensa.

 

La Commissione europea suggerisce parole inclusive

Ecco perché la notizia relativa al suggerimento di usare l’espressione “Buone Feste” al posto di “Buon Natale” che la Commissione europea ha recentemente indicato nelle proprie Linee guida, finalizzate alla diffusione di un linguaggio inclusivo e che non leda la suscettibilità di chi abbia idee o fedi diverse da quella cristiana, mi ha coinvolto e interessato in modo particolare.

Ho evitato di esprimere un pensiero a caldo proprio all’indomani dell’uscita della notizia, perché la polemica che ne è derivata ha già, da sola, riempito le pagine dei giornali, gli schermi televisivi e le bacheche social di mezzo mondo e formarsi un parere quando intorno imperversa la tempesta non è mai troppo saggio. Ho invece seguito il caso in silenzio per cercare di coglierne il senso. 

A qualche giorno di distanza le cose sono già cambiate. Mentre scrivo, la Commissione europea, attraverso la commissaria Ue all’Uguaglianza Helena Dalli, ha ritirato il documento in questione, precisando che l’iniziativa delle linee guida aveva lo scopo di “illustrare la diversità della cultura europea e di mostrare la natura inclusiva della Commissione verso tutti i ceti sociali e le credenze dei cittadini europei”. Tuttavia, dal momento che la versione pubblicata non è risultata funzionale a questo scopo, rivelandosi “un documento non maturo” e quindi incapace di “soddisfare tutti gli standard di qualità della Commissione” viene ritirato. Ci si dovrà lavorare ancora.

Meno male.

 

Il valore identitario delle parole

Il gran discutere che si è fatto su questo tema, però, è un segnale interessante. Una prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che una buona parte delle persone, e non soltanto gli addetti ai lavori, attribuisce alle parole un valore che va ben oltre l’informazione che esse portano con sé. Ci sono parole nelle quali ci si riconosce, dotate di una forte validità identitaria, che non si è disposti a barattare con dei sinonimi, che poi veri sinonimi non sono mai.

Nella parola Natale c’è una specifica fede religiosa?

Sì, è proprio così. C’è la fede dei cristiani, di coloro che ancora associano questa festa all’incarnazione di Gesù Cristo, figlio di Dio.

Chi ci crede, sente questa parola come parte di sé, anzi come espressione di una parte molto intima di sé. Condividerla significa rendere partecipe l’altro del proprio mondo interiore. Non vedo dove ci possa essere discriminazione o mancanza di tatto nei confronti di qualcuno in tutto questo.

 

I termini della questione

Quando dico “Buon Natale” ti sto augurando un tipo di gioia che non ha niente a che vedere con la “Festa”, perché riguarda una pienezza di senso che sfiora le altezze della felicità.

Te la sto augurando, non te la sto imponendo. Nessuna coercizione, nessun proselitismo, nessun giudizio se il tuo modo di intenderla sarà diverso dal mio.

In fondo, se ci pensiamo bene, scoraggiare l’uso di parole come queste è una misura che contraddice il motivo stesso per cui viene suggerita. In nome dell’inclusione si sconsiglia di rendere partecipi gli altri dei propri significanti e significati.

Si teme che due fedi, ma anche due pareri, ideologie o forme di pensiero diversi non possano convivere, ma solo collidere e che il confronto dialettico non possa sussistere senza sfociare nel conflitto. Dunque, meglio evitare certe parole che rischiano di mettere in luce le diversità di vedute e quindi di offendere qualcuno.

Non mi sembra che sia questo il modo giusto di porre la questione: la sfida non sta tanto nel non esternare le proprie opinioni, ma nel riuscire a confrontarle con quelle degli altri senza giudicare le loro sbagliate solo perché diverse.

Se la pensassimo tutti allo stesso modo non saremmo inclusivi, ma omologati.

 

E allora “Buon Natale” a tutti, proprio nel significato cristiano del termine, che è il senso che gli attribuisco io e avverto come mio e che proprio in quanto tale diventa un augurio autentico per chiunque, sia che condivida la mia fede, ne professi un’altra o non ne abbia nessuna.

Share This