Cosa resta dei libri, una volta letti

 

Cosa resta dei libri, a distanza di tempo, quando il ricordo di quello che abbiamo letto nelle loro pagine si è affievolito e i dettagli si sono sfuocati?

Se chi li ha scritti ha saputo crearla, dovrebbe rimanere almeno l’atmosfera che abbiamo respirato e lo stato d’animo che abbiamo provato durante e alla fine della lettura. Non ricordo tutto quello che ho letto, ma ricordo benissimo come mi sono sentita mentre leggevo.

È come quando si sfoglia un album di fotografie: di che umore fossimo nel momento dello scatto è spesso il ricordo più vivido che ci rievoca l’immagine.

E così per i libri.

Quando esco porto spesso un libro in borsa: le attese si fanno meno insignificanti, le soste durante le passeggiate più ricche e poi leggere all’aperto è un piacere doppio.

Beh, non so dire per quale strana alchimia ma tra i luoghi dove mi sono dedicata alla lettura e i libri che ho avuto tra le mani si è creato un legame così forte che ogni volta che penso al libro mi ritrovo, con il ricordo, nei posti dove mi sono soffermata a leggerlo e tutte le volte che frequento quei posti mi ritorna in mente il libro.

Lì c’è la panchina dove ho scorso alcune pagine di Canne al vento di Grazia Deledda, là l’albero che mi ha fatto ombra mentre tra le mani tenevo Trappola per topi di Agatha Christie. Persino la sala d’aspetto della dentista mi restituisce il ricordo di alcune mie letture passate: Il mestiere di scrivere di Carver, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Il giovane Holden di Salinger.

Per non parlare dei luoghi di villeggiatura dove la lettura è associata per natura all’atmosfera rilassata che solo in vacanza si respira.

 

Parole impresse nell’anima

 

Ecco, si può parlare ore di libri e di quanto sia bello e utile leggerli, si può disquisire di coerenza dei personaggi, tenuta narrativa, punto di vista, forma e linguaggio, ma alla fine chiunque quei libri li legge, e soprattutto li scrive, aspira più che altro a questo: trovare parole che s’imprimano nell’anima ed entrino a far parte del vissuto delle persone, proprio come succede con i ricordi. Sui quali non abbiamo sempre e del tutto il controllo.

 

I ricordi non si possono scegliere né prefabbricare

 

I ricordi non si possono scegliere né prefabbricare: come la vita, succedono. A volte costruiamo artificialmente determinate situazioni, sicuri che diventeranno memorabili oppure scattiamo foto che, siamo pronti a giurare, renderanno eterno l’attimo in cui sono state colte. Ma poi le cose vanno in un altro modo.

Quello che ci siamo illusi di perpetuare, a distanza di tempo, scolorisce e non ci restituisce più niente a livello emotivo.

Invece, un bel giorno, senza preavviso, un dettaglio minore di un giorno qualsiasi, al quale lì per lì non abbiamo dato peso, si affaccerà nitido al nostro pensiero con tutta la sua portata di commozione. Non avevamo capito, mentre lo stavamo vivendo, che sarebbe diventato memoria. Spesso non abbiamo neanche voluto che lo diventasse, perché ci ha fatto male averlo vissuto. Ma i ricordi sono anarchici: non abbiamo il potere di tenere quelli belli e buttare tutti gli altri. Siamo costretti ad accettare il languore nostalgico delle reminiscenze piacevoli, così come i morsi laceranti di quelle dolorose.

Tanto più quando scegliamo di scriverli, allo scopo di raccontarli e renderli fruibili anche dagli altri.

 

Il potere di scrivere

 

Lo scrittore Jorge Semprún (1923-2011), spagnolo di nascita ma francese d’adozione, prese parte alla Resistenza francese comunista nel 1941. Due anni dopo fu arrestato dalla Gestapo e, in seguito, deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, dove rimase fino alla liberazione e la fine della guerra nel 1945.

Reduce da un’esperienza devastante, si trovò di fronte al dilemma di come riuscire a rendere in maniera efficace la sua reale portata o, parafrasando le sue stesse parole, di come si sarebbe dovuta raccontare per “essere capiti” [Jorge Semprún, La scrittura o la vita, Guanda editore, 1996, pag. 118].

Alla fine, si rese conto che non sarebbe stato possibile scriverne “senza un minimo di artificio. Quanto basta perché il racconto diventi arte!” (pag. 119). Avrebbe dovuto fare ricorso cioè alla “scrittura letteraria” (pag. 121).

Passarono cinquant’anni, però, prima che ci riuscisse, perché la sua non fu per niente un’operazione facile:

“Ci sono ostacoli di ogni tipo alla scrittura. Alcuni puramente letterari. Perché non voglio una semplice testimonianza. Voglio, in primo luogo, evitare, evitare a me stesso l’enumerazione delle sofferenze e degli orrori. Altri vi si cimenteranno… D’altra parte, sono incapace di immaginare, oggi, una struttura romanzesca alla terza persona. Non intendo neppure impegnarmi in questa direzione. Ho bisogno, insomma, di un ‘io’ narrante nutrito della mia esperienza ma capace di superarla, di inserire in essa un po’ di immaginazione, di finzione. Una finzione che sicuramente illuminerebbe quanto la verità. Che aiuterebbe la realtà ad apparire reale, e la verità ad essere verosimile.” (pagg. 156-157)

 

Scrivere per fissare quello che abbiamo dentro

 

Tra luoghi, stati d’animo e parole s’instaura un intreccio tale che lo scrittore non tollera possa essere scisso, quando lo trasferisce sulla carta. Arriva a lui con una prepotenza incredibile e con la stessa prepotenza egli vorrebbe che giungesse al lettore. Ma non si può. Perché a sua volta, chi legge, ha il proprio intreccio a cui appellarsi per tradurre il testo che ha davanti agli occhi.

Dunque, come regolarsi? Rinunciare a scrivere? Spesso si è tentati di farlo, però poi il bisogno di esternare la propria esperienza, il proprio mondo interiore, prevale sulla paura di non riuscire a renderne la sostanza.

Allora ci si butta con tutto se stessi nell’impresa della scrittura, confortati dal fatto che essa, se non altro, aiuterà a fissare fuori di noi quello che abbiamo dentro. Si accetta il rischio che i nostri contenuti, una volta giunti nel mondo interiore di un altro, assumano forme diverse, sortiscano altri effetti, sicuri però che non lasceranno indifferenti e potranno magari, più avanti, generare ulteriori alchimie e connessioni tra luoghi, stati d’animo e parole nuove.

 

 

Foto di Carola68 Die Welt ist bunt…… da Pixabay

Share This