Scrittura e musica: connubio antico

 

Scrittura e musica sono sempre andate d’accordo, fin dall’antichità.

Il pensiero corre subito a Omero, agli aedi e rapsòdi greci, ovvero ai cantori delle gesta di uomini e dei che, accompagnandosi spesso con la lira, emozionavano le corti regali presso le quali si esibivano.

Nel canto VIII dell’Odissea è rimasta famosa la figura di Demodoco, aedo cieco alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, che canta alcuni episodi tratti dal ciclo della guerra di Troia, sortendo l’effetto di far commuovere Ulisse, presente all’esibizione come ospite.

Mentre dal termine rapsòdo, derivato di rhapsoidós, letteralmente “colui che cuce il canto”, discende il moderno significato di rapsodia, ovvero quel genere di composizione strumentale, spesso solistica, nella quale più temi, quasi sempre di origine popolare, vengono svolti in varie interpretazioni succedentisi in forma libera (vedi enciclopedia Treccani).

Tra le più note, ricordo le Rapsodie ungheresi di Franz Liszt, scritte in memoria dei moti patriottici ungheresi del 1848 o la celeberrima Rapsodia in blu di George Gershwin, presentata la prima volta nel 1924, che fonde in un unico brano musicale due generi fra loro molto diversi: il jazz e la cosiddetta musica colta.

 

Letteratura e vocabolario musicale

 

Ma la storia della letteratura è costellata di correlazioni, anche semantiche, tra musica e parole, penso ad esempio all’attività degli antichi trobadores provenzali dell’XI secolo, raffinati cantori dell’amor cortese in lingua d’oc. Il verbo “trobar”, infatti, vuol proprio dire comporre musica e testi.

E i componimenti lirici che incontriamo nel corso dei secoli, fino a oggi, mutuano spesso la propria terminologia dal mondo musicale. La Chanson de Roland, poema carolingio della seconda metà dell’XI secolo, il Cantico delle creature, composto da San Francesco d’Assisi intorno al 1224, le tre cantiche della Divina Commedia dantesca (Inferno, Purgatorio, Paradiso), a loro volta suddivise in canti. E poi le laude spirituali o canzoni sacre in volgare del primo Quattrocento, i 46 canti in ottave dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, pubblicato nel 1516, i cori dell’Adelchi manzoniano (1822), i pressoché coevi Canti leopardiani, i Sonetti romaneschi di Gioachino Belli, le Odi barbare del Carducci (1877). O ancora i Canti orfici di Dino Campana – prima meta del 1900 – composti in prosimetro, ovvero in prosa e versi alternati in modo equilibrato, così da generare una suggestiva armonia musicale.

 

Scrittura e musica si alimentano a vicenda

 

Non occorre tuttavia scomodare la letteratura per comprendere che musica e linguaggio sono correlati, anzi che la musica è essa stessa un linguaggio, dotato di regole, forme e significati propri. Con la differenza, però, che le parole vanno decodificate, mentre i suoni arrivano dritti a destinazione, senza bisogno di traduzione: una facoltà straordinaria, che sperimento quotidianamente, perché davvero non passa giorno senza che la musica mi sia compagna.

Proprio come la scrittura, anzi, spesso persino insieme alla scrittura. Quando scrivo mi lascio cullare dalla musica di sottofondo, la cerco in funzione dello stato d’animo che intendo evocare e descrivere. Mi suggerisce suggestioni, mi rivela parole.

Non so come vi regoliate voi, ma io quando nei libri che leggo trovo citati brani musicali o titoli di canzoni, amo andarli a cercare e ascoltare, possibilmente proprio mentre sto leggendo. Il sottofondo musicale aggiunge valore alle pagine, fornisce indizi ulteriori alla psicologia dei personaggi, racconta un’ambientazione attraverso una forma diversa da quella della scrittura, ma non per questo meno nitida.

 

Quella strana energia che viene da fuori

 

Che cosa provate quando la musica che più vi fa vibrare le corde accompagna un testo altrettanto sublime? Io avverto una specie di vertigine, non mi vergogno ad ammetterlo.

Perdo il controllo delle emozioni e ho la sensazione di essere attraversata da un’energia sconosciuta, che viene fuori da me.

Provate a scorrere a video le vostre fotografie più belle e provate poi ad attribuire loro la musica che più vi appassiona. Guardatele passare mentre la musica va. Che succede? Salgono le lacrime agli occhi.

E se la musica ascoltata produce questo effetto, ancor più quella che esce dalle mie mani, quando suono la chitarra, o dalla mia voce, specialmente quando canto polifonia nel coro di cui faccio parte, mi restituisce sensazioni che davvero a fatica riesco a spiegare.

La mia voce, che da sola produce una data melodia, nel momento in cui si amalgama con quella delle altre sezioni del coro, diventa qualcos’altro, un suono nuovo, anzi un accordo inedito, nel senso più esteso del termine.

Sono sicura che molti di voi capiscano bene che cosa intendo dire.

 

Musicofilia

 

C’è un testo, scritto dal celebre neurologo britannico Oliver Sacks, autore, tra l’altro anche di Risvegli, da cui è stato tratto l’omonimo film con Robert De Niro e Robin Williams, il testo s’intitola Musicofilia. Si tratta di una raccolta di saggi in cui il medico-scrittore, prendendo spunto da casi clinici di sua conoscenza, analizza il complesso rapporto tra il cervello umano e la musica. O meglio, prova a descrivere che cosa si pensa che avvenga quando la musica incontra il cervello.

Nella prefazione, ricorda come tutti gli esseri umani, tranne rare eccezioni, siano in grado di percepire la musica nel suo aspetto strutturale (altezza delle note, timbro, pause, tessuto armonico, ritmo, ecc.), ma a questo apprezzamento strutturale, in larga misura inconscio, si aggiunge poi una reazione emozionale spesso intensa e profonda. Schopenhauer scrisse: «Ciò che nella musica vi è di ineffabilmente intimo… eppur così inspiegabile, sta nel suo riprodurre tutti i moti della nostra più intima natura, ma senza la loro tormentosa realtà».

Come dire che oltre il suono, il concatenarsi delle note, lo spartito e la tecnica esecutiva, la musica possiede qualcosa che sfugge a ogni definizione e controllo, capace però di toccare le corde più sensibili dell’animo umano.

 

Nati per leggere e Nati per la musica

 

Parole e suoni sono i primi stimoli uditivi che attivano i sensi e il cervello dei neonati, addirittura prima della loro venuta al mondo, quando ancora sono nella pancia della mamma. È risaputo che ascoltare musica in gravidanza ha effetti benefici sulla salute di mamma e bambino e aiuta a rafforzare il loro legame.

Allo stesso modo leggere ad alta voce, sia nella fase prenatale sia in quella successiva, è un ottimo sistema per agevolare l’apprendimento del linguaggio nei piccoli e per regalarsi impagabili momenti di reciproca tenerezza.

Non è un caso che i libri per la prima infanzia, oltre ad essere illustrati, siano spesso anche sonori.

La promozione della lettura e l’educazione all’ascolto vanno quindi di pari passo, così come da anni ripetono anche le associazioni di Nati per leggere da un lato e Nati per la musica dall’altro. Due progetti correlati ma distinti, sorti in anni diversi (nel 1999 il primo e nel 2005 il secondo) grazie alla collaborazione dell’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino.

Vale la pena seguirli se si hanno in casa bambini di età compresa tra gli 0 e i 6 anni, se si accarezza l’idea di scrivere testi per loro o se, come me, si è tuttora affascinati dalla duplice, inspiegabile alchimia che parole e musica riescono a creare quando, insieme, toccano il cuore di chi le ama oltremisura.

 

 

 

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