Scrivere: facciamo un ragionamento

 

Esisterebbero gli scrittori se non ci fossero i lettori?

Ma certo che sì, viene da rispondere di getto, sull’onda dell’entusiasmo che, soprattutto se si ama e si pratica la scrittura, parla per noi al posto del ragionamento.

La conversazione potrebbe anche finire qui o arricchirsi di una citazione famosa che la suggelli come vera, del tipo: ars gratia artis (l’arte fine a se stessa).

Peccato che la Metro-Goldwyn-Mayer, la famosa società cinematografica che ha adottato la frase come motto, non è che proprio ne incarni lo spirito, visto che i risultati al botteghino hanno da sempre condizionato le sue scelte produttive.

Fuori dai denti, allora, chiediamoci di nuovo: davvero, chi si dedica alla scrittura, lo fa per se stesso o per il semplice piacere che ricava nel praticarla?

Qui, oggettivamente, va fatto un distinguo: di che tipo di scrittura stiamo parlando?

Già, perché se ci riferiamo alla scrittura di un diario personale, piuttosto che di confessioni affidate a un foglio che poi verrà nascosto con prudenza in un cassetto del comodino ad esclusivo uso e consumo dello scrivente, allora sì, si può scrivere per se stessi, senza il bisogno (ma neanche la volontà, in questo caso) di sapere che poi qualcun altro leggerà.

No, no, io qui sto parlando della scrittura in senso lato, di storie, poesie, racconti, articoli, saggi, romanzi. Comincia a delinearsi meglio lo scenario?

Qual è la molla che fa scattare in una persona la voglia di mettersi lì, prendersi del tempo (non poco), sottraendolo a qualsiasi altro impegno o piacere, costruire un impianto lirico o in prosa, mettere insieme parole, e poi frasi, quindi pagine coerenti e sensate, possibilmente anche belle e gradevoli?

Il piacere di compiere quel gesto lì, potrebbe rispondere l’ultimo dei romantici.

Sì, il gesto in effetti è bello in sé, perfetto direi, e questo è un dato di fatto. Ma chi lo compie, di solito, è un essere umano e la perfezione – lo sappiamo tutti – non è di questo mondo.

Personalmente penso che ci piacerebbe essere convinti che sia vero, vorremmo imporci di far nostro il presupposto che a chi ama sul serio la scrittura possa e debba bastare scrivere, a prescindere che ci siano o no lettori a cui destinare il testo.

Ci piacerebbe… ma poi?

Poi scopriamo che non è così, che in realtà abbiamo bisogno di un destinatario. Abbiamo bisogno di sapere che c’è o che ci potrebbe essere. E già questo condizionale la dice lunga sulla motivazione o, come si sente dire spesso in giro, sull’urgenza dello scrivere.

Scrivere è come parlare: si può parlare da soli? Sicuro, io lo faccio continuamente, ma quando voglio far sentire la mia voce, allora ho bisogno che qualcuno mi ascolti. L’ascolto di qualcuno è connaturato all’atto del parlare di qualcun altro. Quando si scrive: uguale.

 

Essere letti, essere pubblicati: è la stessa cosa?

 

Non confondiamo però i piani del ragionamento.

Il bisogno di essere letti è cosa diversa dal bisogno di essere pubblicati, anche se spesso la prima esigenza dipende dalla seconda. Ma se analizziamo bene i termini della questione, ci accorgiamo che in realtà c’è una bella differenza. Non occorre essere pubblicati per essere letti, tuttavia l’uso della forma passiva, soprattutto del primo dei due verbi, presuppone che ci debba essere un complemento d’agente (letterario, mi verrebbe da aggiungere), ossia un’altra figura che renda possibile il caso.

Si potrebbe aggirare l’ostacolo scrivendo, stampando in proprio e poi distribuendo il testo per essere sicuri che prima o poi qualcuno lo leggerà.

In effetti lo facciamo già tutti, lo sto facendo anch’io in questo momento stendendo questo articolo. Sì, è vero, non lo stamperò e non farò volantinaggio in giro con le sue pagine, ma lo pubblicherò sul mio blog, lo condividerò sui social e incrocerò le dita perché qualcun altro decida di fare lo stesso dopo averlo letto. Appunto.

Com’è bella questa possibilità, com’è democratica questa possibilità!

Chissà che splendido monologo ci avrebbe scritto sopra Giorgio Gaber se solo avessimo la fortuna di averlo ancora tra noi.

 

Ma gli algoritmi sanno leggere?

 

Tuttavia, dopo avere scritto e caricato il mio articolo, quel maledetto bisogno di essere letti mi porrà di fronte ad un altro dilemma:

Vuoi raggiungere il maggior numero possibile di lettori?

Certo che sì, che domanda!

Allora occhio, perché il tuo articolo non è SEO.

E infatti eccolo lì, il terribile semaforo rosso, che attesta quanto inadeguata sia la mia scrittura rispetto alle logiche dei luoghi dove io ho la presunzione di farla circolare. Se non la adatterò alle richieste, non la leggerà nessuno. Peggio: sarà invisibile, impossibile da ricercare, rigettata dagli algoritmi.

Ma gli algoritmi sanno leggere?

Non credo, però ci dicono come sia giusto scrivere.

 

P.s.: Per la cronaca, questo articolo davvero non è SEO (Search Engine Optimization, ovvero Ottimizzazione per i motori di ricerca), ho deliberatamente infranto le regole del gioco scrivendo quello che avevo bisogno di dire nel modo in cui ho sentito l’esigenza di farlo. Giuro che non lo faccio più. Forse. 😉

 

 

Foto di StockSnap da Pixabay

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