Scrivere un romanzo: cronaca di un percorso a ostacoli

 

Avere l’idea e la voglia di scrivere un romanzo è come sentire dentro una fiamma che arde e ti consuma finché non decidi di prenderne atto, raccogliere il sacro fuoco e custodirlo come una vestale.

Delle fasi in parte rocambolesche che dalla prima intuizione mi hanno portato a imbarcarmi in quest’avventura ho parlato nell’articolo Come nasce un romanzo (almeno per me).

Tuttavia non è stata quella iniziale la tappa più complicata e delicata dell’impresa, ma quella intermedia e, per quanto paradossale possa sembrare, anche quella a un passo dalla conclusione.

 

Mappa della storia, personaggi e finale

 

Pianificare un lavoro quando hai la smania di iniziarlo è un’azione che richiede disciplina e assoluta determinazione.

I romanzi si reggono sulla loro struttura, proprio come i palazzi, ma la tentazione di cominciare a scrivere prima ancora di aver risolto tutti gli snodi della trama è fortissima.

Io avevo ben chiaro quali fossero l’idea di fondo, i personaggi, lo sviluppo della vicenda e persino il finale: non è prudente cominciare una storia senza sapere dove andrà a parare.

Avevo raccolto il materiale, mi ero creata una mappa delle scene e un breve riassunto per ciascun capitolo. Credevo di avere pensato a tutto. Mi mancavano però alcuni dettagli che, in fase preliminare, avevo trascurato. Non basta, per esempio, segnare fra gli appunti che il protagonista compirà un’effrazione nella casa di un altro personaggio, bisogna fin da subito avere chiaro in che modo e con quali mezzi questo avverrà e avere pronto tutto il materiale – ricerche sull’argomento comprese – utile allo scopo, per non doverlo raccogliere mentre la scrittura è già in corso.

Ogni interruzione al flusso creativo provoca gravi contraccolpi all’intero lavoro e smorza l’attività dell’autore, come piccoli granelli di sabbia che inceppano gl’ingranaggi di un macchinario complesso e sofisticato.

Ci mancava solo quello.

 

Il rischio di autosabotarsi

 

Eppure, per quanto seccante sia stato aggiustare il tiro dopo avere già sparato, lo scoglio più difficile che ho dovuto superare non ha avuto a che fare con la raccolta e l’organizzazione del materiale. A quello si può rimediare avviando un’ulteriore ricerca a posteriori.

Più complicato, invece, è combattere contro se stessi, contro il tarlo dell’inadeguatezza e la mania di perfezionismo, che spesso vanno a braccetto.

L’insidia più pericolosa per chi scrive non arriva della pagina bianca, ma dal pensiero nero.

 

Il senso di inadeguatezza e la sindrome dell’impostore

 

Può manifestarsi senza preavviso e nelle forme più bieche: un giorno entri tutta tranquilla in una libreria e gironzoli tra gli scaffali curiosando qua e là. Prendi in mano un libro, lo sfogli, leggi l’incipit di un altro, poi alzi gli occhi, dai uno sguardo d’insieme a quella vastità di volumi e fai una considerazione tanto banale quanto inquietante.

Quanti libri ci saranno mediamente in negozio in quel momento? Difficile azzardare un numero, seppure elevato, che possa avvicinarsi al vero. E quelli che stai guardando sono solo i testi che ce l’hanno fatta ad arrivare in negozio, che cioè sono stati in qualche modo selezionati e pubblicati. Tra di loro c’è di tutto: dai classici della letteratura alle novità del giorno prima. Qualcuno è destinato a rimanere per sempre in catalogo, qualcun altro sparirà nel breve.

Il pensiero a quello che stai scrivendo tu e a ciò che potrebbe succedergli, sempre ammesso che riesca ad approdare in libreria, ti colpisce come un montante al mento.

Quali chances potrà mai avere il tuo romanzo? Perché dovrebbe essere scelto? Come si distinguerà dagli altri? Qual è il suo valore aggiunto?

Le domande si moltiplicano e inondano la testa, minando la spavalderia incosciente con cui ti sei buttata all’inizio nell’impresa.

Alla considerazione sulla quantità dei libri che già esistono si aggiunge il pensiero riguardo alla qualità di alcuni di quelli che ti è capitato di leggere. Ci sono autori che ti hanno commosso, pagine così ben scritte e parole talmente opportune di fronte alle quali hai avuto quasi un mancamento.

Come competere con un talento del genere? Come potrebbe esserci un posto anche per te se là dove ambisci arrivare ci sono Flaubert, Tolstoj, Pirandello e Francis Scott Fitzgerald, tanto per citarne solo alcuni?

È ovvio che, con modelli così, il tuo libro non può confrontarsi.

S’affaccia subdola la cosiddetta sindrome dell’impostore, quella che ti fa dubitare di te, delle tue reali capacità, nonché del merito che in altre circostanze ti è stato attribuito in relazione al lavoro che hai svolto o agli scritti che hai prodotto.

Una specie di pessimismo retroattivo che ammorba non solo le pagine in fase di stesura, ma anche quelle che sono già state stese e pubblicate.

 

La mania di perfezionismo

 

E poi si affaccia anche la mania di perfezionismo, la convinzione – sacrosanta – di dover leggere e rileggere più volte quello che hai già scritto, prima di elaborare il seguito; una sorta di editing in itinere che se da un lato renderà meno oneroso quello finale, a cui in ogni caso il romanzo sarà sottoposto, rischia dall’altro di impegolarti nella palude del “non va ancora abbastanza bene”.

Io in quello stagno sono rimasta dentro a lungo e come Artax, il cavallo di Atreyu ne La storia infinita, ho rischiato di sprofondare fino ad esserne inghiottita.

A me però è toccata una sorte migliore. Alla fine mi sono mossa e ne sono uscita.

 

Motivazione e puntiglio per uscire dall’impasse

 

Ciò che mi ha scosso costringendomi a ultimare quello che avevo iniziato è stato il recupero dell’originaria motivazione. Ho cercato di ricordare che cosa mi avesse infervorato al punto da cominciare a scrivere una storia e di ritrovare l’entusiasmo dell’attimo esatto in cui mi era nata l’idea.

Sono andata a rivedere i primi appunti, le pagine in cui non compariva altro che il barlume di uno spunto e, riga dopo riga, ho ripercorso le fasi in cui i dettagli hanno preso ad aumentare, mettersi in fila, acquistare significato e assumere l’aspetto di una storia.

Ho assistito di nuovo al miracolo della nascita di una trama e mi sono emozionata.

La ragione poi ha fatto il resto: sarebbe stato assurdo mollare un’impresa a due passi dalla fine, bisognava proprio concludere quello che avevo iniziato, non foss’altro per puntiglio.

Finire perché era giusto, indipendentemente dal destino che sarebbe occorso al libro.

Ed è stato lì, nel momento in cui ho smesso di fissarmi sulle aspettative e ho recuperato il senso del mio progetto che ho trovato l’energia per portarlo a termine.

 

Scrivere un romanzo più ancora che un lavoro di ricerca e di stesura si è rivelata un’esperienza e, in quanto tale, mi ha regalato una lezione di vita illuminante.

 

 

Foto di Steve Johnson da Pixabay

Share This