La stanza delle meraviglie: più di un libro per ragazzi

 

Un testo, due racconti che seguono binari diversi, modalità espressive differenti e che alla fine si intrecciano dando la sensazione di essere in realtà una storia sola: La stanza delle meraviglie di Brian Selznick (2012 – Mondadori) è tutto questo e molto di più. Un testo sorprendente, davvero ben congegnato, che affida la narrazione in parte alle parole e in parte alle illustrazioni, bellissime, a carboncino, di grande impatto, ascrivibili entrambe allo stesso autore.

Sto parlando di un libro per ragazzi (età consigliata: dai 12 anni), ma che a me, adulta, oltre ad essere piaciuto parecchio, ha fornito più di uno spunto su cui ragionare. Insomma, uno di quei testi che non esauriscono il loro influsso solo nel corso della lettura, ma che s’imprimono nella memoria, a cui ai ricordi piace attingere quando bussano di tanto in tanto alla porta della vita.

 

Disegni e parole: linguaggi diversi per una sola voce

 

Ma partiamo con ordine: Brian Selznick è illustratore e autore anche de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (2007) da cui, nel 2011, è stato tratto l’omonimo film diretto da Martin Scorzese. Questo significa che in lui convivono due anime artistiche differenti, che coniugano, in una sola volta, due tra i più potenti linguaggi di cui l’uomo disponga: il disegno e la parola.

Nei libri per bambini e ragazzi sono quasi sempre presenti entrambi, si presuppongono a vicenda, spesso si completano, ma raramente sono espressione di una sola persona. Qui invece è così e questo significa che racconto e illustrazioni sono davvero due facce della stessa medaglia, perché la voce che li produce è la stessa.

 

Un libro per ragazzi con due nature: il racconto e il silent book

 

Ne La Stanza delle meraviglie le due storie seguono anche due archi temporali differenti: l’avventura narrata a parole è collocata nel 1977, quella affidata alle immagini nel 1927. Hanno ciascuna una propria autonomia, nonostante si intersechino in continuazione, ed è come avere tra le mani due testi distinti: un racconto e un silent book. Il che mi ha dato la sensazione che la scelta narrativa dell’autore non sia casuale, tenendo conto del fatto che entrambi i giovanissimi protagonisti delle vicende, Ben e Rose, sono non udenti.

E così anche chi legge, di tanto in tanto, deve fare a meno delle parole e affidarsi solo alle immagini, a quello che percepisce e decodifica esclusivamente con gli occhi, proprio come accade a chi non ci sente.

 

Oltre la storia: chiavi di lettura e lavoro corale

 

Messaggi espliciti ed impliciti che forniscono chiavi di lettura ulteriori, significati altri e possibili motivi di confronto tra lettori. Già, perché questo “libro per ragazzi” si presta ad essere goduto in autonomia, ma ad essere discusso insieme, offre lo spunto per affrontare, per esempio, il tema della disabilità uditiva e del linguaggio dei segni che fornisce uno strumento per superarla.

Ma non finisce di sollecitare ragionamenti e suggestioni neppure dopo la parola “FINE”, perché persino la sezione dedicata ai Ringraziamenti è motivo di sorpresa e apprendimento.

È redatta come se fosse un’ulteriore narrazione: il racconto, cioè, di come è nata e si è sviluppata l’idea dell’autore di scrivere quest’opera, di tutte le persone che con i loro ricordi e contributi gli hanno fornito idee e informazioni preziose o lo hanno accompagnato a visitare luoghi determinanti per creare l’ambientazione in cui collocare le vicende.

Leggendola si capisce con chiarezza quanto lavoro ci sia dietro ad un libro, anche se “semplicemente” per ragazzi. Si scopre che di “semplice” in realtà non c’è niente e che l’intuizione di una storia è solo la scintilla iniziale. Sarà poi compito dell’autore agire perché quella scintilla non si spenga, ma detoni in una storia che funziona, grazie ad un lungo lavoro di ricerca, approfondimento, analisi e, soprattutto, attraverso il dialogo e la collaborazione degli altri.

Sì, dietro a un bel libro ci sono tante persone, con le loro parole, consigli, competenze o anche solo con il loro sostegno all’autore, che in ciò che scrive e/o disegna mette sempre un po’ se stesso, così come è diventato, in virtù degli incontri che gli sono capitati.

 

P.S.: Anche de La stanza delle meraviglie, nel 2017, è stata creata l’omonima versione cinematografica, di cui Brian Selznick ha curato la sceneggiatura, per la regia di Todd Haynes.

Il film ha ottenuto una candidatura ai Critics Choice Awards

 

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